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sabato 4 giugno 2011

Le armi nel secolo dei lumi

Cesare Beccaria e le armi: diritto dell'uomo e utile strumento di autodifesa

Cesare Beccaria (1738-1794) fu una delle maggiori figure dell'Illuminismo italiano, legato agli ambienti intellettuali milanesi. Egli, partendo dalla teoria contrattualistica, derivata da quella di Rousseau, che sostanzialmente fonda la società su un contratto sociale teso a salvaguardare i diritti degli individui e a garantire in questo modo l'ordine, definì in pratica il delitto in maniera laica come una violazione del contratto, e non come offesa alla legge divina, che appartiene alla coscienza della persona e non alla sfera pubblica. La società nel suo complesso godeva pertanto di un diritto di autodifesa, da esercitare in misura proporzionata al delitto commesso (principio del proporzionalismo della pena) e secondo il principio contrattualistico per cui nessun uomo può disporre della vita di un altro.

Il pensiero di Beccaria sul porto delle armi da fuoco, che egli riteneva un utile strumento di deterrenza del crimine, si riassume nelle seguenti citazioni 

""Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all'uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiamano leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale  ".

lunedì 23 maggio 2011

I viaggi di Marco polo e la polvere da sparo

Marco Polo (1254 - 1324), mercante veneziano, a 17 anni accompagnò il padre Nicolò e lo zio Matteo in viaggio da Venezia a Pechino per recare l'ambasceria di papa Gregorio X all'imperatore cinese Kubilai Khan, narrando in seguito le sue avventure nel libro "il Milione". Qui si parla dell'invenzione della polvere da sparo ad opera dei Cinesi, popolo all'avanguardia, i primi a fabbricare per altro la carta e ad elaborare un sistema di stampa.
Non vengono citati da Marco Polo macchinari in grado di servirsi di tale invenzione per lanciare proiettili infiammati. Sappiamo però che i Cinesi se ne sarebbero serviti nel corso del XIII secolo per contrastare l'avanzata del consquistatore mongolo Gengis Khan.


Gli antenati della pistola...

Le prime armi da sparo sono ad avancarica e sono costituite, in sostanza, da un tubo (canna) chiuso ad un'estremità da un tappo (vitone); dalla bocca la polvere veniva versata nella canna e pressata con uno stoppaccio entro l'estremità chiusa (la culatta); sopra lo stoppaccio veniva poi introdotta la palla; la polvere veniva accesa accostando una miccia ad un piccolo foro nella parte posteriore (il focone). Nelle armi portatili la canna è inserita in un supporto di legno detto cassa in cui si distinguono il calcio e l'impugnatura, dal fusto che è la parte che sorregge la canna. In un primo modello (il petrinale) l'arma era tutta di metallo e veniva appoggiata al petto. Contemporanemente però si cerca di semplificare il caricamento mediante una camera posteriore mobile (masculo) in cui vengono sistemate la polvere e la palla. Il masculo viene poi sistemato e fissato alla parte posteriore della canna con cunei. Compaiono anche le prime armi in grado sparare più colpi in rapida successione (ribauldequin).

Lo sviluppo successivo è rivolto proprio a migliorare il sistema di accensione della polvere. Dal sistema a miccia, che richiedeva agli archibugieri di portare con sé delle micce sempre accese o di procedere alla loro accensione prima di sparare, si passa, nei primi anni del 1500, all'invenzione di un vero e proprio "accendino" automatico mediante il cosiddetto meccanismo a ruota. Trattasi di un meccanismo abbastanza sofisticato per l'epoca, costituito da una piastra su cui sono montati una ruota zigrinata collegata ad una molla caricabile con un'apposita chiave, una specie di pinza (il cane) che tratteneva un pezzo di pirite (poi sostituita dalla pietra focaia), uno scodellino con un coperchietto a contatto col focone e riempito di polvere da sparo finissima. Azionando il grilletto, il cane si abbassava a contatto con la zigrinatura della ruota, il copriscodellino si apriva, la ruota iniziava a girare sprigionando scintille dalla pietra e la polvere si infiammava provocando lo sparo.

E la storia continua su:  http://www.earmi.it/varie/storia.htm

Dizionario Fucile

Italiano:          fucile
Inglese:           rifle
Francese:        carabine
Spagnolo:        fusil
Tedesco:         Gewehr
Portoghese:     fuzil
Cinese:            步槍  ( Bùqiāng )
Russo:             винтовка  ( vintovka )
Arabo:             بندقية

sabato 7 maggio 2011

Lo scudo di Achille

Nel mondo greco, come in quello romano, la lancia era una delle armi più importanti, probabilmente più di tutte le altre. Achille in particolare, secondo un mito, portava una lancia di grande valore, in quanto ad un secondo colpo sarebbe stata ingrado di guarire le ferite che arrecava. Eppure di tutte le armi forgiategli da Efesto, è lo scudo ad essere descritto con dovizia di particolari. La decorazione della sua superficie è un documento storico preziosissimo, e l’arma potrebbe non essere scelta a caso. L’abilità del poeta, come quella del dio, avrebbe potuto far sì che le scene fossero rappresentate sull’elmo, sulla corazza, incise sull’asta della lancia o tracciate sui gambali. Ma lo scudo è esso stesso un simbolo della Terra, per la sua forma e la sua funzione. 
Scegliendolo, Omero lo trasforma in un vero e proprio compendio delle caratteristiche dell’universo esistente.

lunedì 18 aprile 2011

Virgilio e le armi

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam, fato profugus, Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum saevae memorem Iunonis ob iram;
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem,
inferretque deos Latio, genus unde Latinum,
Albanique patres, atque altae moenia Romae.


Io canto l'armi e l'eroe, che per primo dalle spiaggie di Troia, 
profugo a causa del Destino, venne in Italia alle coste Lavinie, 
molto sbattuto sia per terra che per mare dalla forza degli dei, 
e dalla memore ira della crudele Giunone, 
avendo anche sopportato molte cose a causa della guerra, 
finché non fondò la città, e portò gli dei nel Lazio, 
da cui [ebbe origine] la stirpe dei latini, 
i padri albani e le mura dell'alta Roma.

( Eneide, libro I versi  1-7 )

 La parola armi vuole far intendere che tutta l'opera esalterà soprattutto il valore in guerra dell'eroe troiano. Armi dunque è la parola chiave per intendere il contenuto del poema e le caratteristiche del suo eroe. (Nell' Iliade la parola è Ira, a voler intendere che tutta la storia ruota intorno all'ira di Achille). La presenza delle armi richiama immediatamente l'immagine di un VIR (arma virumque) e la menzione del vir evoca le armi, in quanto bastano questi due termini, senza altre precisazioni, a definire il paradigma, il modello ideale, dell'eroe.